Un vulcano nel Mediterraneo, l’addio all’infanzia

Federico Gobbo
4 min readMay 8, 2022

Recensione de: Vincent Spasaro, Morte sul vulcano, Newton Compton, 2021.

Il romanzo tra i canali di Amsterdam

Non fatevi ingannare dalla copertina. Sì, certo, si tratta di un grande giallo, ma non è solo una semplice lettura da ‘sotto l’ombrellone’, come si dice. Fin dalle prime pagine, in cui veniamo introdotti a un angolo di mondo visto dagli occhi di un undicenne inglese, Liam, si intuisce che la vicenda, che ruota attorno alla ricerca del colpevole di una morte misteriosa di un bambino avvenuta anni prima, fa da sfondo per la narrazione principale del romanzo, che è la relazione di Liam con se stesso, sua madre, i suoi coetanei, ma soprattutto suo padre.

Gli isolani lo chiamano Iddu, ovvero It. È un dio, Liam. È Dio. Un dio dimenticato ma sempre potente. Attende il suo momento per farsi ricordare, e le genti che abitano i versanti non lo dimenticano mai. Lo adorano, lo temono e lo considerano un padre cupo e ogni tanto bizzoso.

L’angolo di mondo dove si svolge la vicenda è Ginostra, il lato selvaggio, oscuro, dell’isola di Stromboli. Nonostante, prudentemente, l’autore dichiari che la Ginostra del romanzo non è la Ginostra reale, chi, come me, ha solcato quei sentieri e scalato le pendici del vulcano ritroverà molti luoghi, sensazioni, ed emozioni. A Ginostra gli esseri umani sono costantemente ammoniti della fragilità della loro vita, la potenza del vulcano è letteralmente sotto i loro piedi e nell’aria che respirano, nell’acqua che nuotano. Una presenza costante. La costante nell’animo umano, a Ginostra, è la paura.

Il piccolo Liam si rifugia nei suoi mondi immaginari, fatti di dinosauri, Jules Verne, e un confine labile tra il mondo là fuori e i suoi mondi interiori. Ma la natura prorompente sveglia in lui passioni disturbanti, che lo porteranno a sbattere la faccia contro una realtà, quella degli adulti, che non è sempre protettiva e rassicurante, ma al contrario contraddittoria, a volte debole, vile, e amorale.

Più prende distanza da suo padre — che non capisce la sua trasformazione di un’estate — e dalla madre, presa nelle sue attività hippie fuori tempo massimo (il romanzo è ambientato in un passato prossimo imprecisato, vista l’assenza di telefonini, ma non certo negli anni Settanta), più Liam si fa coinvolgere da questo ruolo di investigatore sul caso della morte di Ramon Vallejo, di cui nessun adulto vuole parlare. Lo fa con due compagni d’avventura, Pietro e Angelo, due ragazzini isolani. La loro relazione è tutt’altro che idilliaca: i loro dialoghi sono spesso duri, a volte sfociano nello scontro fisico. Spasaro riesce a dettagliare l’incoerenza e la cattiveria ingenua dei preadolescenti con un realismo impressionante, che rimane vivido nella memoria del lettore.

La scrittura è matura, scorrevole, mai pretenziosa, e mai scontata. Chi conosce l’autore si dimentichi degli elementi fantastici de Il demone sterminatore. Forse, l’abbandono delle fantasie alla Jules Verne del protagonista rispecchiano la volontà dello scrittore di passare, lui stesso, a temi più adulti, senza compromessi.

Vincent Spasaro nel 2015, alla presentazione di Assedio (2011) all’Università di Catania

La parte che più rimane del romanzo è il risuonare delle memorie di noi stessi undicenni: un’età delicata, non più bambini, non ancora adolescenti, alle prese con un corpo che cambia velocemente, nuove passioni, nuove energie, nuove emozioni. I tentativi di farsi accettare dai parigrado, spesso destinati a fallire. Ma, sopra tutto il resto — anche se nel romanzo rimane sottotraccia, solo accennata, nondimeno fondamentale — la presa di distanza dai genitori, in particolare dal padre.

Tornai a casa per vedere come stesse mio padre. Stava abbastanza bene, anche se fra noi aleggiava una specie di bolla di vuoto che falsava le distanze e distorceva le immagini. Quel vuoto di permetteva di fingere un contatti sincero ma con la fronte aggrottata, come di chi ha in mano un full e sente che l’altro potrebbe nascondere un poker, e abbia meno diritto di noi alla vittoria perché sospettiamo che bari. Credo che quella fosse la prima volta che io e lui ci siamo guardato faticando a riconoscerci.

Morte sul vulcano è dunque prima di tutto un Bildungsroman, un romanzo id formazione. Lungo 445 pagine, è diviso in due parti. Potrebbe succedere, come è successo a me, che farete una pausa tra la prima e la seconda parte. Comunque sappiate che, quando lo inizierete, farete fatica a interromperlo prima di arrivare in fondo.

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Federico Gobbo

Homo sum. Adpositional Argumentation. BaGuaZhang. Lebenskünstler. Eŭropano Italiano Amsterdammer. Ubi bene, ibi patria.